Perché raccontiamo il disagio ma non insegniamo a vivere
Tra interventi autoreferenziali, fiction televisive, responsabilità istituzionali mancate, il Diritto alla piena Istruzione è ancora negato nel terzo stadio: le competenze relazionali riconosciute da decenni e mai insegnate.
1. Raccontare il disagio non basta
Serie televisive come Un professore, con Alessandro Gassmann, hanno avuto il merito di riportare al centro del racconto pubblico il disagio giovanile e il divario generazionale, mostrando una scuola attraversata da fragilità, conflitti e domande di senso.
Negli ultimi anni il disagio giovanile è diventato un tema ricorrente nel racconto pubblico: serie televisive, talk show, articoli e dibattiti lo mettono in scena con toni spesso empatici e partecipi. Eppure, a fronte di questa crescente attenzione narrativa, resta una domanda fondamentale: cosa cambia davvero nella vita delle persone?
Raccontare il disagio, senza accompagnarlo a strumenti concreti per comprenderlo e affrontarlo, rischia di trasformarsi in una rappresentazione autoreferenziale. Il dolore viene riconosciuto, ma non elaborato; mostrato, ma non tradotto in competenza. Il risultato è una società che prende atto delle proprie fragilità senza mai dotarsi dei mezzi per superarle.
2. La scuola e il diritto a un’istruzione davvero completa
Il Diritto all’Istruzione non può essere ridotto alla sola trasmissione di contenuti disciplinari. Un’istruzione è davvero completa solo quando fornisce alle persone gli strumenti per orientarsi nella complessità della vita, delle relazioni, delle emozioni e dei conflitti.
Eppure, proprio questa dimensione continua a essere trascurata. Le competenze relazionali, comunicative ed emotive restano ai margini dei percorsi scolastici, affidate alla buona volontà di singoli insegnanti o a iniziative sporadiche. Così, mentre la scuola assolve formalmente al proprio compito, di fatto nega una parte essenziale del Diritto (inalienabile) all’Istruzione: quella che permette di diventare cittadini consapevoli, autonomi e responsabili.
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3. Le abilità relazionali riconosciute da oltre trent’anni
Da più di trent’anni la comunità scientifica e pedagogica riconosce l’importanza delle abilità relazionali diffuse con il Documento WHO’93 Skills for Life School: capacità come la gestione delle emozioni, la comunicazione efficace, il pensiero critico, la cooperazione, la risoluzione dei conflitti. Non si tratta di concetti vaghi o mode educative, ma di competenze studiate a livello internazionale, definite e misurabili.
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Nonostante ciò, queste abilità continuano a non trovare spazio strutturato nei percorsi scolastici. Vengono evocate nei documenti programmatici. Ma non viene introdotta con pari dignità alle altre, la materia specifica e il docente specializzato nell’insegnamento di tali Skills. Il paradosso è evidente: sappiamo cosa serve, ma continuiamo a non insegnarlo. E intanto la violenza cresce ogni giorno.
Non si tratta di ipotesi astratte. Queste competenze sono state sperimentate concretamente nelle scuole romane, con risultati osservabili e documentati, dimostrando che insegnare le abilità relazionali è possibile ed efficace.
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4. Dalla filosofia simbolica all’educazione concreta
La filosofia, spesso chiamata in causa come strumento di crescita personale, può certamente offrire spunti preziosi. Tuttavia, quando resta confinata a una funzione simbolica o narrativa, non basta a colmare il vuoto educativo. Senza una precisa assunzione di responsabilità istituzionale, tutto viene lasciato all’improvvisazione o al carisma del singolo adulto, sia questo un genitore, un insegnante, un personaggio pubblico, trasformando un bisogno collettivo in una soluzione individuale.
5. Quando la televisione insegnava davvero
Negli anni Sessanta la televisione svolse un ruolo educativo esplicito e concreto. Non si limitò a raccontare che una parte della popolazione non sapeva leggere e scrivere: insegnò come farlo. Assunse una funzione pubblica, culturale e sociale, contribuendo direttamente all’alfabetizzazione del Paese.
Oggi, di fronte a un diffuso analfabetismo funzionale cioè relazionale ed emotivo, la televisione si limita per lo più a rappresentare il problema. Mostra conflitti, fragilità, solitudini, ma raramente offre esempi pratici di utilizzo delle competenze relazionali. Eppure, proprio la forza del mezzo potrebbe rendere visibili comportamenti, linguaggi e strategie fondamentali per la vita quotidiana.
6. Lavoro, leadership e competenze umane
I principali Rapporti Internazionali sull’Occupazione sono chiari: le competenze relazionali e trasversali sono ormai elementi cruciali nei processi di assunzione, nella crescita professionale e nei ruoli di leadership. Non sono un accessorio, ma una condizione determinante per l’inclusione e la mobilità sociale.
Ignorare queste competenze nel sistema educativo significa incidere direttamente sulle opportunità future delle persone. Significa preparare individui formalmente istruiti, ma fragili nella gestione delle relazioni, del conflitto, della responsabilità e della manipolazione.
7. Cittadini liberi o individui manipolabili?
L’assenza di un’educazione sistematica alle competenze di vita non è una semplice lacuna didattica: è una questione democratica. Persone che non sanno comunicare, riconoscere le proprie emozioni, leggere le dinamiche relazionali e sociali sono più esposte alla manipolazione, alla dipendenza e alla delega passiva. Un po’ come quando gli analfabeti assoluti firmavano apponendo una croce.
Educare alle life skills significa invece fornire strumenti di libertà. Significa permettere alle persone di scegliere, partecipare, assumersi responsabilità.
Conclusione
Continuiamo a raccontare il disagio, a riconoscerlo, a metterlo in scena. Ma senza un investimento reale sull’educazione alle competenze di vita, questo racconto resta incompleto. Il Diritto all’Istruzione piena passa anche e soprattutto, dalla capacità di insegnare a vivere.
La domanda, allora, non è più rinviabile: vogliamo una società di cittadini consapevoli e liberi, o individui adattabili e manipolabili? La risposta dipende dalle scelte educative che siamo disposti ad assumere oggi.
Orietta Matteucci