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Uno schermo, un plotone e un dubbio sulla pace

Una scena da guardare

Immaginate uno schermo. Su quello schermo, il 3 dicembre 2026, negli Stati Uniti, nel carcere militare di Fort Hood, in Texas, verrà trasmessa in diretta l’esecuzione di Nidal Hasan, l’ex psichiatra dell’esercito condannato per aver ucciso 13 persone e ferito 32 nel 2009. Il Pentagono ha annunciato la diretta. Il segretario alla Difesa ha spiegato: “Le persone devono capire che questi comportamenti hanno conseguenze serie.”

Uno Stato esibisce un’esecuzione in diretta in nome dell’educazione. È da qui che bisognerebbe porsi la domanda: la violenza è innata oppure è stata insegnata?

 

Una famiglia che cammina

Immaginiamo una famiglia. Non una famiglia di oggi: una famiglia di dodicimila anni fa. Non ha casa, non ha campo, non ha granaio. Cammina. Segue le stagioni, gli animali, l’acqua. Tutto ciò che possiede sta nelle sue mani.

Poi, in un tempo così lungo che nessuno se ne accorge, quella famiglia si ferma. Costruisce un riparo. Scopre che dalla terra piano piano cresce qualcosa. Aspetta. Per la prima volta, aspetta qualcosa che deve ancora arrivare.

È qui che cambia tutto. Perché aspettare significa immaginare il domani, e immaginare il domani potrebbe significare anche temerlo. Temere la siccità, e allora conservare il grano. Temere il nemico, e allora costruire un muro. Temere la morte, e allora costruire un tempio.

Con la terra nasce l’appartenenza di quella terra. Questo campo è mio. Questo raccolto è mio. E allora, questo figlio è mio, si chiede l’uomo? Quando ciò che possiedi diventa così importante, il corpo dell’altro potrebbe diventare un territorio da controllare. Non per cattiveria: per paura. Per il bisogno di sapere che ciò che hai costruito non andrà perduto.

L’aggressività, da gesto improvviso di sopravvivenza, diventa violenza esercitata con il potere. Entra nelle case, nelle leggi, nelle religioni. Entra nella storia. E, se non la riconosciamo, entra anche nella storia personale.

 

Una dichiarazione che ci riguarda

Immaginiamo una stanza. Siviglia, 1986. Un gruppo di scienziati di tutto il mondo, riuniti dall’UNESCO, firma un documento. Una sola frase resta scolpita: “Come la guerra nasce nella mente degli esseri umani, così la pace nasce nella mente degli esseri umani.”

Il cervello umano non è programmato per la violenza: contiene circuiti legati all’aggressività necessaria alla sopravvivenza, e circuiti legati alla cura, all’empatia, alla cooperazione. L’uso improprio dell’aggressività può generare la violenza.

La guerra stessa, del resto, non è universale. Nelle società di cacciatori-raccoglitori, piccole e mobili, la guerra organizzata era quasi impossibile. La guerra come istituzione nasce solo dopo la sedentarizzazione, l’agricoltura, l’accumulo di risorse. È un’invenzione culturale, non un destino biologico.

 

Un plotone che spara

Immaginiamo uno schermo, un plotone, un uomo legato, un comando, gli spari.

La fucilazione è una violenza militare dichiarata. La diretta streaming la trasforma in spettacolo. Non è trasparenza: è messa in scena del potere. Lo Stato non ha più bisogno della piazza; gli basta uno schermo.

Ed è qui che il dubbio nasce spontaneo. Noi affermiamo di voler la pace, eppure continuiamo a perseguirla con gli strumenti della guerra. Usiamo la violenza per fermare la violenza, la morte per insegnare il valore della vita, la paura per educare alla ragione.

È logica o è manipolazione? Se la scienza dice che la violenza non è innata, perseguire la pace con le armi non significa forse negare la scienza stessa? Non sarebbe come voler spegnere il fuoco con il fuoco?

La pace non può nascere dalla paura. Può nascere solo dalla capacità di stare insieme, di comunicare con sincerità senza ferire e di cooperare per il benessere di tutti e non solo di pochi.

 

Una classe che impara

Immaginiamo una scuola. Bambini di sei anni. Un’insegnante che, invece di dire “Giulio, non offendere Marta!”, chiede a Marta: “Come ti sei sentita quando ti ha detto che il tuo naso è come quello di un maiale?” E a Giulio: “Cosa provavi mentre la deridevi? Sarebbe possibile parlare tra voi senza ferirvi?”

Maria Montessori lo aveva capito: “Tutti parlano di pace, ma nessuno educa alla pace. Il mondo educa alla competizione, e la competizione è l’inizio di ogni guerra.”

Il problema è semplice: insegniamo matematica, italiano, storia, ma quasi mai insegniamo come si fa a vivere bene con gli altri. Ci aspettiamo che i bambini imparino da soli a comunicare, ad ascoltare, a gestire la rabbia. Ma è come aspettarsi che risolvano un’equazione senza aver mai studiato l’algebra!

 

La svolta

Nel 1993 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato il documento “Life Skills Education”, con le dieci competenze fondamentali per la vita: consapevolezza di sé, gestione delle emozioni, empatia, comunicazione efficace, pensiero critico, capacità di risolvere problemi, capacità di prendere decisioni, creatività, gestione dello stress, abilità nelle relazioni interpersonali. Sono le dieci abilità relazionali necessarie per interagire in modo appropriato con se stessi e con gli altri.

👉https://www.bambinooggiuomodomani.org/skills-for-life

Eppure, a distanza di oltre trent’anni, non sono ancora entrate stabilmente nei programmi scolastici e nonostante la Costituzione indichi  per ogni cittadino “lo sviluppo della piena personalità umana”. Il Diritto all’Istruzione obbligatoria ancora non realizza questa parte. L’educazione è lasciata alla buona volontà di qualche insegnante e di qualche genitore, ma non è riconosciuta come diritto di ogni bambino.

Il risultato è un circolo vizioso: parliamo continuamente di bullismo, aggressioni, violenza, discriminazione, ma non insegniamo in modo sistematico come prevenire questi fenomeni. Non lo insegniamo, e poi pretendiamo che i bambini si comportino educatamente, come se bastasse dirlo a parole, senza insegnare come si fa.

 

Un dubbio da portare fino in fondo

Gli spari del plotone risuoneranno il 3 dicembre. La telecamera registrerà tutto.

Ma ciò che dovrebbe essere guardato non è il corpo del condannato: sono gli occhi di chi guarda l’esecuzione e cosa lo spinge a guardarla.

Se crediamo davvero che la pace si possa imparare, allora la vera educazione alla pace non passa dal vedere la violenza, sparare o dal provare paura, ma si costruisce facendo pratica. Come per guidare un’automobile si studia prima la teoria e poi si fa pratica con l’istruttore.

👉 https://www.bambinooggiuomodomani.org/dopo-alberto-manzi-una-nuova-sfida-insegnare-a-vivere.html

E allora il dubbio resta, ed è un dubbio che vale la pena portare fino in fondo: si può perseguire la pace senza utilizzare le armi?

La pace è una capacità. Si può insegnare e si può apprendere, a partire dall’infanzia, con la pratica, ogni giorno, a scuola. Perseguirla con le armi è la contraddizione che ci portiamo dietro da troppo tempo. L’alternativa esiste: comincia da un bambino, da un’insegnante, da una classe. Per questo abbiamo lanciato anche una petizione che si può leggere, firmare gratuitamente e diffondere

Per i bambini di oggi gli adulti con cui tutti dovremo vivere domani

👉 https://www.change.org/p/vogliamo-continuare-a-subire-oppure-reagiamo

 

Orietta Matteucci